Il castello
Il castello delle Carpinete, o Castello di Carpineti, è situato sulla vetta del monte Antognano (805 m sul livello del mare) dal quale domina le vallate del Tresinaro e del Secchia, a pochi Km dal centro di Carpineti. Dal centro del paese per raggiungerlo è necessario procedere lungo la via principale in direzione Baiso, lasciandosi sulla sinistra la piazzetta medioevale Matilde di Canossa. Dopo poche centinaia di metri da essa, superato un supermercato che si trova sulla destra, svoltare a destra per affrontare la ripida strada che s'inerpica sul monte Antognano. Sulla cima, in corrispondenza del valico, si trova uno spiazzo in cui è possibile parcheggiare il proprio mezzo e percorre l'ultimo tratto a piedi per raggiungere lo sperone roccioso sul quale sorge il castello delle Carpinete, con il suo piccolo borgo.
La costruzione del primo fortilizio difensivo di quello che oggi è il Castello delle Carpinete viene fatta risalire dagli storici al X secolo per opera di Atto Adalberto, intraprendente avo di Matilde di Canossa. In seguito all'espansione dei possedimenti dei Canossa il castello venne a collocarsi al centro delle loro terre, e assieme ad altri fortilizi del reggiano era parte del sistema di protezione di un vastissimo territorio. I castelli dello scacchiere difensivo matildico, infatti, erano disposti su tre livelli d'altitudine e si differenziavano per la loro funzione. Sul primo livello si trovavano le fortificazioni nella zona fra Albinea e Casalgrande, le più importanti delle quali erano i 4 castelli di Bianello che avevano il ruolo di avamposto difensivo. Sul secondo livello, nella zona compresa fra Baiso e Canossa, i castelli di Canossa e Rossena erano i più importanti e costituivano un allineamento centrale d'estrema resistenza. Il terzo livello, il più sicuro, era costituito dal Castello delle Carpinete, arroccato a quota 805 m, robusto e di difficile accesso, fiancheggiato dai numerosi castelli limitrofi con cui era in contatto visivo.
Case a torre
Le case a torre sono un esempio d'architettura rurale caratteristica della collina reggiana. Il territorio comunale di Carpineti ne ospita cinquanta, detenendo il primato della provincia di Reggio Emilia. Si tratta di strutture a metà fra l'abitazione e la fortificazione difensiva tipica delle maestose rocche feudali medievali, diffusesi nel Carpinetano nel periodo fra il XV e il XVII secolo. Appannaggio delle famiglie più abbienti, esse rappresentano molto bene ancora oggi l'esigenza di protezione e difesa che esse avevano nei confronti di briganti e nemici. La loro costituzione architettonica può essere ricondotta sostanzialmente a due diversi stili, che rispecchiano periodi storici differenti. Le più antiche erano essenzialmente robusti rifugi ben attrezzati con feritoie, balestriere, archibugiere e caditoie, in cui il signore e i suoi fidi potevano all'occorrenza rifugiarsi. Portali sopraelevati, raggiungibili soltanto grazie a scale di legno che potevano facilmente essere ritratte, ne rendevano difficile l'accesso ai nemici. In un secondo tempo, diminuite le necessità difensive in seguito allo stabilizzarsi delle condizioni politiche, le case a torre acquistarono un ruolo più puramente abitativo, nonché simbolico, del potere dei proprietari. Attorno alle case a torre sorgevano sovente piccole borgate, a testimonianza del ruolo centrale del signore nell'economia locale, in grado di creare piccole aree di sviluppo rurale.
Le case a torre sono diffuse per tutto il territorio comunale. Consigliamo di andarle a scoprire spostandosi per i borghi medievali, sia nella valle del Tresinaro che in quella del Secchia. Pressoché ogni borgata possiede la propria casa a torre, e spostarsi fra le vallate alla ricerca di questi piccoli tesori è senz'altro un'esperienza meritevole.
Pieve di San Vitale
Il sito archeologico dell’importante Pieve di San Vitale sorge in corrispondenza di un pianoro erboso situato a circa 4 Km ad est del Castello delle Carpinete. Non è noto l’anno di formazione della Pieve, che da taluni autori è fatta risalire al periodo bizantino; già plebana nel 1083, l’edificio fu riconsacrato nel 1145, epoca in cui venne quasi completamente ricostruito. L’edificio, di cui rimane la descrizione, era a tre navate, delimitato da absidi semicircolari, separate da due colonnati. L’edificio fu abbandonato intorno alla metà del XVIII secolo, trasferendo le funzioni religiose nella sottostante chiesa di santa Caterina. All’interno dei quest’ultimo edifico è stata trasportata recentemente anche l’antica mensa d’altare di san Vitale. All’interno di cinque piccole nicchie disposte a croce sulla superficie della mensa erano conservati importanti reliquie, in parte purtroppo manomesse. E’ stato solo possibile recuperare due vasetti in vetro apodi, di antica fattura, ed elevato pregio storico artistico, recanti tracce di tessuti e frammenti lignei. Alcune latrine plumbee che ricoprivano i reliquari ne attestano il contenuto: “Legno della croce di Cristo”, “ossa di san Vitale”, ecc. Dell’antica Pieve rimane attualmente visibile soltanto il nartece, ridotto a cappella negli anni ’30, ed un breve tratto del muro perimetrale, rivolto a sud. Il nartece conserva l’originale portale quadrangolare affiancato da semicolonne capitellate in arenaria, sormontate da una lunetta perimetrata da una fascia decorata ad intreccio. La muratura del manufatto è in conci di pietra orsata disposta in corsi paralleli, con interclusi in cotto; nel retro dell’oratorio, seminascosto da una fittissima vegetazione, è visibile il piede dell’abside principale. Frontalmente all’antico portale plebano si innalza un altro fabbricato a pianta quadrata, tipologicamente attribuibile al XVI-XVII secolo, originariamente adibito a canonica, al cui interno, a livello del piano terreno, sono conservati pregevoli elementi scultorei, probabilmente appartenenti alla chiesa preromanica. I manufatti, che sono stati gravemente danneggiati da azioni vandaliche, consistevano in colonnine monolitiche con capitelli scolpiti antropomorfi. Dalla Pieve di San Vitale provengono altri pregevoli capitelli, opera probabilmente di maestranze campionasi, attualmente conservati presso numerose chiese del carpinetano e nella curia di Reggio Emilia.
Abbazia di Marola
Marola rappresenta da anni una delle località turistiche più significative della montagna reggiana, meta tradizionale di villeggiatura e sede di manifestazioni di richiamo (festa della castagna in ottobre). Marola è però conosciuta da secoli soprattutto per l’abbazia matildica e l’annesso seminario, storico centro di cultura per tutta la montagna. La chiesa, che si trova a poca distanza dall’abitato in direzione di carpineti, fu fondata dalla contessa Matilde tra 1076 e 1092, con costruzione del monastero in un periodo di poco successivo. La chiesa e il convento avevano ricevuto dotazioni terriere dalla contessa e gli eremiti erano in numero tale da costituire una comunità religiosa prospera e autorevole. Rapidamente il monastero di Marola si consolidò acquisendo altre proprietà fondiarie su un’area assai estesa, anche al di fuori della montagna. La struttura muraria della chiesa fu soggetta nei secoli a radicali ristrutturazioni che ne mutarono completamente l’aspetto originario. Nel 1754 l’ennesima ristrutturazione aveva ridotto la chiesa a una sola navata a croce latina. Solo nel 1955 venne avviato un processo di restauro e ricostruzione che ha ripristinato il complesso nella sua struttura primitiva. L’Abbazia mostra una facciata a capanna con un portale a tutto sesto, strombato, caratterizzato da esili semicolonne sormontate da capitelli fogliati in arenaria valestrina. Si osserva, al centro, una bifora. L’edificio sacro è orientato liturgicamente. Nell’abside risalta una decorazione ad archetti. Il “palazzo” è arricchito da due chiostri interni mentre, all’esterno, a est, restano i torrioni circolari. Nel palazzo adiacente, sede del seminario, si notano ampie tracce dell’antica costruzione che fu proprietà nel tempo dei Fontanella, degli Amorotti e dei Sabbatini.